Lo studio in società non produce reddito d’impresa

Il “pacchetto semplificazioni” approvato dal Governo “regala” ai professionisti due novità, entrambe da tempo presenti tra le richieste del settore. Le società tra professionisti sono state disciplinate dall’articolo 10, comma 3 della legge 183/2011 e dal decreto della Giustizia 8 febbraio 2013 n. 34. Queste disposizioni hanno tralasciato di indicare l’inquadramento tributario del reddito prodotto, pur trattandosi di entità del tutto peculiari, pertanto le Stp (in qualunque forma giuridica declinate) produrranno reddito di lavoro autonomo, come tale soggetto al principio di cassa (e non di competenza) e a tutte le altre regole di cui all’articolo 54 del Tuir.  Inoltre vi sarà assoggettamento a ritenuta dei compensi. La bozza di decreto legislativo approvata ieri ha cura di estendere l’assimilazione anche all’Irap: le regole di determinazione valida ai fini delle imposte sui redditi si applicano anche a tale tributo (articolo 8, Dlgs 446/1997), senza dimenticare che un orientamento della Cassazione (ad esempio, ordinanza 22506/2012) consente agli studi associati di dimostrare di essere «non autonomamente organizzati» e in quanto tali non soggetti a Irap. Passando alle spese di vitto ed alloggio, la norma approvata serve a evitare le complicazioni prodotte dall’articolo 54, comma 5 del Tuir, secondo cui le spese sono deducibili al 100% (e non solo al 75%, peraltro nel limite complessivo del 2% dell’ammontare dei compensi annui percepiti) se «sostenute dal committente per conto del professionista e da questi addebitate nella fattura», ad esempio  il cliente che paga la trasferta all’avvocato che si reca in un Tribunale a difenderlo (supponiamo in altra provincia), non sta riconoscendo alcun compenso aggiuntivo al legale, ma sta sostenendo un costo riguardante la sfera personale.