Accertamento – Rate del mutuo elevate rispetto alla dichiarazione

Se il contribuente non dimostra, tramite idonea documentazione, che il denaro per comprare la casa li ha messi il padre, scatta il redditometro.

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CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TRIBUTARIA

Ha pronunciato la seguente: Sentenza del 19-11-2014 n.24586

Svolgimento del processo
E.A. propone ricorso per cassazione, sulla base di quattro motivi, illustrati con successiva memoria, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia che, accogliendo l’appello dell’Agenzia delle entrate, ha ritenuto legittimi i tre avvisi di accertamento con metodo sintetico, ai sensi dell’art. 38, quarto comma, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, con i quali venivano rettificate le dichiarazioni dei redditi per gli anni 1998, 1999 e 2000, in relazione all’incremento patrimoniale costituito dall’acquisto di una unità immobiliare in Milano al prezzo di lire 700.000.000. Il contribuente non aveva fornito risposta al questionario con il quale, ai sensi del precedente art. 32, terzo comma, era stato invitato a produrre la documentazione necessaria alla ricostruzione della posizione fiscale per i periodi d’imposta considerati.
L’Agenzia delle entrate resiste con controricorso.
Motivi della decisione
Con il primo motivo, denunciando “violazione e falsa applicazione del disposto degli artt. 11 e 16, cortina 3, del d.lgs. 472/1997 in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c.”, il ricorrente si duole che il giudice d’appello avrebbe ritenuto che il pagamento in misura ridotta della sanzione irrogata per la mancata risposta al questionario definirebbe nel merito la pretesa impositiva esercitata a mezzo di un distinto atto impositivo successivamente emesso e varrebbe come ammissione di responsabilità, ovvero renderebbe incontestabile il merito dell’ accertamento.
Con il secondo motivo, denunciando “violazione e falsa applicazione del disposto dell’art. 32, comma 4, del d.P.R. 600/1973 in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c.”, deduce l’illegittimità dell’esclusione dell’utilizzabilità dei documenti prodotti in uno con il ricorso introduttivo avendo esso contribuente dichiarato contestualmente di non aver potuto adempiere alla richiesta dell’ufficio per causa a lui non imputabile.
I due motivi, che si trattano congiuntamente in quanto strettamente legati, sono inammissibili per carenza d’interesse del ricorrente.
L’operatività della preclusione alla produzione di elementi, a proprio discarico, fissata dal terzo e dal quarto comma dell’art. 32 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, per il contribuente che non li abbia tempestivamente forniti all’amministrazione nel temine assegnatogli, nella specie con l’invio di un questionario in risposta al quale non erano stati forniti “notizie, dati, atti, documenti, libri o registri” essendo appunto tale risposta mancata -, non ha infatti costituito ratio decidendi della sentenza impugnata, la quale ha rigettato nel merito l’impugnazione dell’accertamento sintetico, proprio all’esito dell’esame dei documenti e delle notizie e dati “intempestivamente” prodotti (sulla portata della preclusione, da ultimo, Cass. n. 453 del 2013).
Già il giudice di primo grado aveva ritenuto idonea la detta produzione documentale, decidendo anch’esso sul merito dell’accertamento, ancorché con una pronuncia di accoglimento (“osserva la Commissione come il ricorrente abbia dimostrato la fondatezza del proprio assunto attraverso la produzione della documentazione in atti … e relativi allegati”).
La Commissione regionale, con la sentenza ora impugnata, per un verso non fa discendere alcuna conseguenza, in termini di acquiescenza del contribuente all’accertamento dell’ufficio, dal pagamento della sanzione irrogatagli per la mancata risposta al questionario; per altro verso, dopo essersi soffermato sulla “inutilizzabilità della documentazione prodotta” (solo) in corso di giudizio, ai fini della prova degli assunti difensivi, “si fa carico di esaminare, cionostante, il merito della controversia”, pronunciandosi sulla fondatezza nel merito dell’appello.
Il terzo motivo del ricorso, con il quale si denuncia “violazione e falsa applicazione del disposto dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c.”, si conclude con il quesito di diritto “se sia legittimo, e quindi corretto, pronunciare sulle domande di merito assorbite quando si sia già accolta la demanda pregiudiziale assorbente”.
Il motivo è inammissibile perché non conforme alla prescrizione dell’art. 366 bis cod. proc. civ., risolvendosi nell’affermazione di un principio giuridico generale, del tutto astratto rispetto alla fattispecie.
Con il quarto motivo denuncia “insufficiente e contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio art. 360, n. 5, c.p.c.”. Segnatamente, il contribuente critica l’esame, compiuto dal giudice d’appello, degli elementi documentali versati agli atti del giudizio, considerandolo viziato per insufficienza e contraddittorietà.
Il motivo è infondato.
Nell’accertamento sintetico regolato dall’art. 38 del d. P.R. 29 settembre 1973, n. 600, al contribuente è riconosciuta, secondo il sesto comma, “la facoltà di dimostrare, anche prima della notificazione dell’accertamento, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta. L’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione”.
Il giudice di merito ha ritenuto non provato dalla documentazione prodotta l’assunto dell’ A. secondo cui l’acquisto dell’immobile era stato effettuato con esborsi da parte del padre. Ha considerato infatti anzitutto inaccettabile sul piano giuridico “di ritenere dimostrata l’assunta liberalità del padre attraverso la copia fotostatica di un assegno privo di data, del quale, peraltro, risulta indimostrata la negoziazione”; in secondo luogo, ha rilevato come l’ammontare delle rate del mutuo ipotecario è in stridente contrasto con la capacità contributiva emersa nel 2000 infine, ha ricordato come il contribuente aveva “allegato ma non provato di avere conseguito all’estero redditi, presentando all’estero le proprie dichiarazioni dei redditi e conseguendo sempre all’estero i fondi necessari a saldare il prezzo convenuto per saldare il prezzo convenuto per l’acquisto dell’immobile de quo”.
La deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, conferisce al giudice di legittimità non già il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito. Ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo dell’insufficienza o contraddittorietà della medesima, può legittimamente ritenersi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato esame di punti decisivi della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto a base della decisione (ex multis, Cass. n. 18214 del 2006).
Nella esauriente motivazione della decisione impugnata, che seguendo un iter immune da vizi logici ha escluso fosse stata portata dal contribuente la prova contraria richiesta dalla norma, non è dato ravvisare il vizio denunciato.
Il ricorso deve essere pertanto rigettato.
Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso.
Condanna il ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in euro 8.000, oltre alle spese prenotate a debito.